
Il “quadrato magico” dello stile di vita è composto da indicazioni note: cinque porzioni quotidiane di frutta e verdura, il più possibile varie; almeno venti minuti al giorno di camminata; mantenere un peso sano; evitare il fumo. Secondo Greger, seguire queste regole consentirebbe di ridurre di oltre il 90% il rischio di diabete, di più dell’80% quello di infarto, dimezzare il rischio di ictus e abbassare di oltre un terzo il rischio complessivo di tumori. In generale, aggiunge l’autore, «chi si prende maggiormente cura di sé tende a invecchiare più lentamente, come se il suo organismo fosse biologicamente più giovane di circa 14 anni».
In un articolo, GQ Magazine Italia, approfondisce il tema con la dottoressa Vittoria Roscigno, dietista clinica e nutrizionista della Clinica Sedes Sapientiae.
E in effetti i “fantastici 4” di Greger coincidono pienamente con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, del World Cancer Research Fund e delle principali linee guida cardiovascolari. In altre parole, si tratta dei pilastri della sanità pubblica contemporanea.
Qual è la novità del libro di Greger allora?
Il punto centrale, è un altro. Esiste una differenza sostanziale tra i risultati degli studi di popolazione e il destino individuale. Ridurre un rischio non significa eliminare un evento: vuol dire spostare una probabilità su una curva che riguarda una collettività, non garantire un risultato al singolo. È molto diverso dire “fumare aumenta il rischio di tumore al polmone” rispetto ad affermare “fumare porta sicuramente a un tumore”. E lo stesso vale al contrario: non è detto che chi cammina ogni giorno e segue un’alimentazione impeccabile non si ammalerà mai.
Il punto critico di molti libri divulgativi sta proprio nella promessa implicita: i titoli spesso evocano controllo, metodo, quasi una reversibilità dell’invecchiamento. I contenuti scientifici, però, parlano di probabilità, rischio relativo e salute pubblica: due piani diversi che nella narrazione finiscono per sovrapporsi, non si tratta di inganno né di pseudoscienza, ma di una semplificazione tipica della divulgazione.
Una semplificazione che fa inevitabilmente leva sulla dimensione emotiva: l’idea che basti fare “le cose giuste” per mettersi al riparo funziona perché parla all’individuo e al suo bisogno di sentirsi attivo nel proprio futuro biologico. Il paradosso è che Greger non afferma nulla di scorretto: seguire queste indicazioni può davvero migliorare la salute. Semplicemente racconta in modo efficace ciò che la scienza afferma da tempo. Riorganizza evidenze consolidate, le rende accessibili e le trasforma in una narrazione chiara e utile. Il rischio, però, sta nel passaggio silenzioso da “questi comportamenti migliorano la salute della popolazione” a “questi comportamenti ti proteggeranno con certezza”. La scienza non promette: indica direzioni, riduce le incertezze, non le elimina. Forse il modo più corretto di leggere libri come questo è considerarli mappe affidabili per orientarsi meglio, non polizze assicurative sulla vita, anche quando parlano di come restare giovani.
