Cos’è la sifilide?
La sifilide è un’infezione sessualmente trasmessa di origine batterica, considerata a livello globale la terza più diffusa tra quelle di natura batterica dopo la clamidia e la gonorrea. Causata dal batterio Treponema pallidum, la sifilide si definisce:
- acquisita qualora venga contratta dopo la nascita
- congenita o prenatale, nel caso in cui la trasmissione avvenga per via transplacentare durante la gestazione
- connatale se viene acquisita dal neonato al momento del passaggio nel canale del parto.
Quali sono le cause della sifilide?
Le cause della sifilide sono l’infezione da parte del batterio Treponema pallidum attraverso qualsiasi tipologia di rapporto sessuale (vaginale, anale o orale), oppure mediante il contatto con il sangue, o per via transplacentare, durante la gravidanza, nel corso del parto per passaggio nel canale del parto o successivamente tramite l’allattamento.
Il rischio di trasmissione verticale madre-feto prima del terzo mese di gestazione si mantiene basso per poi incrementare con il progredire della gravidanza. Il rischio risulta elevato se la madre presenta una forma primaria o secondaria di sifilide, intermedio in presenza di un’infezione latente, e basso nei casi di infezione tardiva.
Quali sono i sintomi della sifilide?
I sintomi della sifilide variano in base allo stadio dell’infezione:
- stadio primario (periodo di incubazione tra 10 e 90 giorni dal contagio): comparsa di un’ulcera nota come sifiloma, presente sui genitali, sull’ano, in bocca o in gola sotto forma di una lesione nodulare di forma rotondeggiante, dura al tatto, non dolorosa e di colore rosso scuro. La lesione regredisce spontaneamente senza esiti nel giro di 3-6 settimane, pur senza bloccare il corso dell’infezione.
- stadio secondario (2-8 settimane dallo stadio primario): comparsa sulla cute di macchie rosate di forma variabile, denominate roseola sifilitica che interessano inizialmente il tronco per poi estendersi agli arti, con una tipica localizzazione sulle superfici palmo-plantari, risparmiando invece il volto. A queste manifestazioni cutanee si accompagnano spesso una linfoadenopatia generalizzata con linfonodi duri, mobili e indolenti, oltre a sintomi sistemici quali febbre, mal di gola, dolori ossei e disturbi gastrointestinali. Anche in assenza di cure, i segni dello stadio secondario scompaiono spontaneamente, portando l’infezione verso la fase successiva.
- stadio latente (può durare fino a due anni): totale assenza di sintomi, sebbene il soggetto rimanga infetto.
- stadio tardivo (compare dai 10 ai 30 anni dal contagio iniziale): l’infezione può danneggiare qualunque organo, comprese le ossa, i tendini, lo stomaco, il fegato, la milza e i polmoni, determinando manifestazioni lievi sulla cute oppure complicanze potenzialmente letali a carico del sistema nervoso centrale e dell’apparato cardiovascolare.
Nel feto, le conseguenze di un’infezione non trattata sono tanto più gravi quanto più precocemente avviene il contagio e includono complicanze ostetriche quali l’aborto tardivo, la morte in utero, l’idrope fetale, il ritardo della crescita e il parto pretermine. Nel neonato affetto da sifilide congenita le manifestazioni si suddividono in base all’epoca di comparsa:
- la sifilide congenita precoce si manifesta entro i primi due anni di vita con eruzioni vescicolo-bollose sulle piante dei piedi e sui palmi delle mani, lesioni papulose nella zona del pannolino e intorno a bocca e naso, linfoadenopatia, epatosplenomegalia, rallentamento della crescita, possibile interessamento del sistema nervoso centrale ed osteocondrite con fratture patologiche, con un decorso che può condurre al decesso per scompenso epatico.
- la sifilide congenita tardiva compare dopo il secondo anno di vita con lesioni oculari, ipoacusia o sordità ed esiti cicatriziali visibili nell’età adulta, sebbene non frequenti, quali il naso a sella, la tibia a sciabola, le fissurazioni periorali o ragadi, gli incisivi di Hutchinson e i molari a forma di mora.
Come si diagnostica la sifilide?
La diagnosi della sifilide si effettua mediante indagini sierologiche in grado di rilevare la risposta anticorpale dell’ospite fin dalle prime fasi dell’infezione, consentendo l’individuazione degli anticorpi IgM a partire dalla seconda settimana dal contagio e degli anticorpi IgG dalla quarta settimana, con positivizzazione di entrambi nella maggior parte dei soggetti alla comparsa dei primi sintomi.
L’iter diagnostico classico prevede l’esecuzione iniziale di un test non treponemico seguita da un test treponemico di conferma.
test treponemici: TPHA/TPPA, test immunometrici IgG/IgM e la metodica FTA-ABS, ricercano gli anticorpi diretti contro specifici antigeni del batterio. La loro positività tende a persistere per tutta la vita e, poiché questi anticorpi oltrepassano la barriera placentare, la presenza nel siero neonatale può derivare dal passaggio di IgG materne; pertanto, una diagnosi di infezione neonatale richiede un titolo nel siero del neonato superiore di almeno quattro volte rispetto a quello della madre.
test non treponemici: valutano la risposta anticorpale contro sostanze liberate dai tessuti danneggiati o derivate dalla risposta all’agente patogeno, utili per seguire l’evoluzione della malattia e la risposta al trattamento. Non possono essere usati come unici marcatori di infezione a causa della possibilità di falsi positivi in presenza di tossicodipendenza, gravidanza, età avanzata, collagenopatie o altre malattie infettive quali tubercolosi, mononucleosi, lebbra, malaria, malattia di Lyme, leptospirosi, tripanosomiasi e toxoplasmosi. Anche per i test non treponemici, un titolo nel siero neonatale quadruplo rispetto a quello materno conferma la sintesi autonoma di anticorpi da parte del feto ed è indicativo di infezione.
Quali sono le terapie della sifilide?
Le terapie della sifilide si basano sulla somministrazione per via endovenosa di penicillina, trattamento antibiotico di elezione, con posologia che può variare sulla base delle manifestazioni cliniche e dello stadio della malattia. Durante la gravidanza, la somministrazione di penicillina garantisce un’elevata efficacia nel prevenire la trasmissione dell’infezione al feto. Il percorso terapeutico prevede l’esecuzione di test diagnostici e la contestuale somministrazione del trattamento anche ai partner sessuali della persona infetta.
Nel corso del trattamento è necessario astenersi da ogni attività sessuale fino al completo riassorbimento delle lesioni. Un’adeguata guarigione da una precedente infezione non conferisce al soggetto un’immunità permanente, mantenendo il rischio di contrarre nuovamente la patologia in caso di future esposizioni.
Si può prevenire la sifilide?
La prevenzione della sifilide si fonda sull’uso corretto del preservativo in occasione di ogni rapporto sessuale con nuovi partner, partner occasionali o persone di cui non sia noto lo stato sanitario. Ulteriori misure di riduzione del rischio prevedono:
- la diminuzione del numero di partner sessuali
- l’astensione dai rapporti durante l’esecuzione delle terapie
- il tempestivo contatto con un medico qualora si ipotizzi un avvenuto contagio.
Per la ricostruzione della catena dei contatti a rischio vanno considerati i partner avuti nei 3 mesi precedenti l’insorgenza dei sintomi in caso di sifilide primaria, nei 6 mesi precedenti per la sifilide secondaria e nei due anni antecedenti la diagnosi sierologica o clinica per la sifilide latente precoce. A tutti i soggetti che ricevono una diagnosi di sifilide viene raccomandata l’esecuzione contestuale del test per il virus HIV.
Nel contesto della tutela della maternità, le linee guida nazionali raccomandano l’esecuzione dello screening sierologico per la sifilide, esteso anche al partner, a tutte le donne alla prima visita in gravidanza e al termine della stessa.
